Piuttosto che giudicare le persone capaci o incapaci, è meglio cercare in ognuna le qualità positive
Questa frase di Daisaku Ikeda mi accompagna da sempre, come donna, come buddista e come professionista HR. Non è solo una riflessione ispirante: è una direzione precisa, una scelta di sguardo, un impegno quotidiano.
Troppo spesso, nelle organizzazioni, alle persone viene chiesto di “funzionare”. Di adattarsi, performare, dimostrare valore in tempi rapidi e secondo logiche predefinite.
Ma siamo davvero sicuri che sia questo il modo più efficace — e più umano — di far emergere il potenziale?
Io credo in un’altra via: quella che parte dal riconoscere che ogni persona ha un valore unico, che non sempre è immediatamente visibile, ma che può sbocciare se trova qualcuno disposto a coltivarlo con cura, con fiducia e con responsabilità.
La crescita professionale non è mai un processo individuale.
Il talento non si misura solo nei risultati, ma nella possibilità reale di essere visti, ascoltati e accompagnati. E questo è ciò che fa la differenza tra chi si spegne lentamente e chi, invece, si accende e cresce, superando anche i propri limiti iniziali.
È questo il cuore di “Umani non Risorse”, il mio libro.
Un titolo che è anche una posizione netta: le persone non sono risorse da impiegare, ma esseri umani da sviluppare. Non “capitali” da ottimizzare, ma potenziali da liberare.
Chi lavora con le persone ha una responsabilità enorme: non solo far funzionare i sistemi, ma creare le condizioni per cui ognuno possa trovare il proprio spazio e il proprio senso.
Credo in un HR che non delega la crescita al caso o alla fortuna, ma che si impegna — con determinazione e compassione — a far emergere ciò che di meglio c’è in ogni persona.
Perché il vero talento, spesso, ha solo bisogno di qualcuno che creda in lui prima che sia evidente a tutti.




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